mercoledì 14 luglio 2010

La custode di mia sorella (Jodie Picoult)

E’ arrivato a casa mia a seguito di un singolare dono che ho voluto fare a due mie amiche: ho comprato tre libri, uno per ciascuna di noi, poi abbiamo estratto a sorte quale dei tre fosse destinato ad ognuna. La custode di mia sorella era destinato a me. Io l’ho scelto nel momento dell’acquisto (18,60 euro il prezzo di copertina per 428 pagine, edizione Corbaccio 2009) ma poi è stato lui a scegliere me.
Ero un po’ reticente, sulle prime. Non mi sentivo pronta per una lettura che sapevo non mi avrebbe lasciata indifferente e mi avrebbe toccata nel mio essere madre oltre che donna e figlia. Evidentemente era giunto il momento di abbattere le mie resistenze ed affrontare una lettura che, ora lo so, non dimenticherò.

Kate è una bambina come tante. Ha un fratellino più grande, una madre e un padre che si amano e l’adorano, una vita davanti. Kate non sa, però, che la vita che l’aspetta è fatta di sofferenze profonde nel corpo e nello spirito, quelle che solo una malattia terribile come la leucemia che colpisce una bimba di due anni può portare. Da quando arriva la malattia la sua vita cambia. Cambia la vita della sua famiglia. Cambia la sua famiglia.

Sara è la mamma di Kate. Una mamma che si trova ad affrontare con tenacia una lotta impari, quella di una madre contro la malattia di una figlia per la quale è disposta a tutto. Una donna pronta a fare scelte importanti per la sua bambina. Pronta a tutto. Anche a pensare di concepire un figlio che possa essere compatibile con Kate in modo da salvarla in vista di un dono (in termini medici) che nessun altro può farle.

Brian è il papà di Kate. Fa il pompiere di mestiere. E’ abituato a salvare vite. Ma quando si tratta di doversi adoperare per salvare la vita di sua figlia il nemico non è il fuoco, non è il fumo, non è un’emergenza improvvisa. Tutta la sua vita, accanto a Kate, è in perenne emergenza. Si troverà accanto ad una moglie che non è più quella conosciuta ai tempi della scuola. Si trova a vivere una vita che tutto è tranne che normale.
Jesse è il figlio primogenito di Sara e Brian. E’ un ragazzino che – malgrado nessuno lo abbia fatto volontariamente – si trova a crescere nell’ombra. Nell’ombra di una sorella in pericolo di vita, di una famiglia troppo impegnata a gestire l’emergenza per poter vivere nella normalità. Non è compatibile con la sua sorellina e può poco per salvarle la vita, anche se vorrebbe rendersi utile non può più di tanto. Donare il midollo osseo, donare sangue, piastrine… poco può fare.

Anna. Anna è la sorellina minore di Kate e Jessie. Non nasce per caso ma per necessità. Per il bisogno di dare a Kate una possibilità di salvezza. E’ la figlia che Sara e Brian concepiscono in modo “programmato” affinché sia davvero compatibile con la bimba sofferente.
Anna ha un destino segnato. Segnato da aghi, anestesie, ematomi, degenze in ospedale non per suoi problemi ma per i problemi di Kate. Perché solo lei può lasciarsi prelevare il sangue che può essere utile a sua sorella. Solo lei può mettere a disposizione il suo midollo osseo per tentare di combattere la “bestia”, solo lei potrà donare un rene per salvare sua sorella: ultima tappa di un percorso che la vede arrivare a tredici anni con la maturità di una donna, più che di quella di una bambina. La maturità di un’adolescente che è dovuta crescere troppo in fretta in relazione alle esigenze di Kate.

Campbel di mestiere fa l’avvocato e va in giro con un cane guida di cui nessuno ravvede la necessità. Eppure è li, fedele e pronto, ogni volta in cui si dovesse manifestare una situazione di bisogno. E’ l’avvocato che Anna sceglie per intentare una causa molto particolare: contro i suoi genitori, per avere quell’emancipazione medica che le permetterà di decidere come disporre del suo corpo in relazione a sua sorella. Anna chiede di poter decidere liberamente se sottoporsi a trattamenti, effettuare donazioni che la possono segnare per sempre nel corpo. Chiede di smettere di essere considerata, a prescindere dalla sua volontà, in funzione della vita di sua sorella.

Julia entrerà nella vita di tutti i personaggi della storia perchè scelta da un giudice per dare un giudizio "da esperta" sulla famiglia di Anna. Entrerà nella vita di questa famiglia per tentare di capire ciò che le risulterà difficile mettere poi nero su bianco per dare un giudizio tecnico circa l'opportunità o meno di riconoscere le ragioni di Anna. Ma entrerà - anzi, rientrerà - anche nella vita di Campbel...

Jodie Picoult, l’autrice di questo libro (che porta, nell’edizione che ho io, in copertina le stesse immagini che richiamano il film che io non ho visto e che dal libro è tratto) affronta una questione dolorosa, delicata, toccante e commovente. Affronta la sofferenza di una famiglia, di una bambina malata ma anche di tutti coloro che gravitano attorno a lei. Racconta la difficile vita di una madre che si trova a dover fare delle scelte importanti e tutt’altro che semplici. Scelte dolorose, ogni volta, per il bene di sua figlia. Della sua figlia malata.
Lo stile di scrittura è fluido e scorrevole. Non un racconto come tutti gli altri, che ha un inizio narrativo, un corpo ed un finale. L’autrice struttura il suo romanzo in capitoli che altro non sono se non il punto di vista dei protagonisti. Ogni volta dell’uno o dell’altro protagonista. I capitoli portano, nel titolo, il nome di colui o colei che l’autrice fa parlare in quel momento o i cui pensieri vengono sviscerati e messi nero su bianco.
All’inizio ho fatto difficoltà ad entrare nel meccanismo poiché conoscevo poco i personaggi. Inquadrarli uno ad uno sulle prime mi è sembrato un po’ macchinoso. Ma questa impressione è durata davvero poco.
Non posso non riconoscere all’autrice il merito di aver saputo dare a tutti i personaggi pari importanza. C’è un protagonista – una protagonista – questo è vero. Ma si tratta solo della figura centrale attorno alla quale non vi sono personaggi secondari, almeno secondo il mio punto di vista. Nemmeno il cane di Campbel, Judge, lo è. Anzi, anche la sua sarà una figura importante nello sviluppo della storia.

Ho fatto fatica in più punti ad andare avanti. Dal punto di vista emotivo, però, perché toccata nel mio essere madre da una situazione così. Un figlio sofferente ti strappa il cuore al solo pensiero. Inutile dire cosa accade se è morente, in continuo bilico tra la vita alla morte. Tutto passa in secondo piano. Forse troppo.
Anzi, tolgo il forse. Tutto passa in secondo piano. Troppo.
Passa in secondo piano la vita di Sara e Brian ma anche quella di Jesse e della stessa Anna. Anna che è sempre al centro dell’attenzione ma non in quanto bambina o adolescente bisognosa della sua dose di attenzioni e di amore (che pur non le manca, anche se “di rimando”). No, lo è come unica chance per Kate.
La storia non è così semplice e lineare come potrebbe sembrare. Le motivazioni che sono alla base del gesto di Anna – motivi egoistici di una bambina ribelle? – sono molto più complesse di quallo che si può pensare e ce se ne rende conto solo a lettura inoltrata.

Una lettura che mi ha lasciata senza fiato negli ultimi capitoli più di quanto non avesse fatto nelle more della storia. Uno stile di scrittura scorrevole ed incisivo. Nelle descrizioni, nei dialoghi, nelle pause.
Ciò che mi ha maggiormente colpita, oltre alla sofferenza di Sara e alla decisione (così come il comportamento di Anna), è stata la lucidità di Kate. Una bambina sopravvissuta alla malattia più di quanto si sarebbe pensato. Adolescente, in molti suoi dialoghi, suoi comportamenti ho letto una lucidità che mi ha fatto rabbrividire. Rispetto alla sua condizione, alla sua vita in continuo pericolo, rispetto alla sofferenza.
Per non parlare di Jesse: un ragazzo che è apparso ai miei occhi come una cartina al tornasole di una situazione familiare difficile.

E’ un romanzo, è vero. Ma non ho fatto fatica ad immaginare reali situazioni di sofferenza – molto più comuni di quanto si possa pensare – e l’ombra del romanzo ha lasciato il posto alle sofferenze vere di situazioni così. Anche perché non si tratta di una storia del tutto inventata ma “plasmata” su una storia vera.
Una lettura che mi ha anche cambiata e non esagero nel dire ciò.
Mi ha fatto capire quanto sia precaria la condizione umana e lo ha fatto con la delicatezza e l’immediatezza di un racconto efficace e profondo. Mi ha fatto riflettere su quante conseguenze inimmaginabili possano avere le scelte di un genitore rispetto ai propri figli. Mi ha fatto pensare a quante occasioni sprecate possono trasformarsi in rimpianti in un battito d’ali.

Il finale mi ha sconvolta. Toccata, ancor di più di tutto il racconto, forse, per quanto possibile. Mi ha commossa al punto da avere la sensazione di soffrire in prima persona per quanto stava accadendo. Imprevedibile, inaspettato, struggente. Un finale che avevo immaginato del tutto diverso ma che sarebbe stato scontato, in quel caso.
Uno dei più bei libri che abbia letto fino ad ora. Un libro che consiglio senza riserve tranne che, forse, nel caso in cui si stia vivendo una situazione analoga perché in quel caso farebbe molto male obbligando a riflettere su aspetti “scomodi” di una situazione che di comodo ha ben poco.

1 commento:

  1. L'ho finito di leggere oggi. Non mi aspettavo proprio un finale così! Comunque hai ragione, un libro che scorre bene, mi è piaciuto il modo in cui è scritto: ogni capitolo dal punto di vista di uno dei personaggi, anche se mi aspettavo che lo stile variasse di più in base al personaggio che dava il titolo al capitolo.

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