venerdì 31 marzo 2017

Chocolat (J. Harris) - Venerdì del libro

Il film non l'ho visto per cui non farò alcun parallelo con la pellicola cinematografica. Ammetto, però, che Johnny Deep ce lo vedo proprio nei panni di Roux, il bello, selvaggio e maledetto.

Appena ho avuto tra le mani il libro Chocolat, preso in prestito in biblioteca, mi sono subito chiesta (essendo completamente all'oscuro del film) i quale personaggio Deep avrebbe stavolta vestito i panni e, leggendo la storia, non ho avuto alcun dubbio.

Siamo a Lansquenet, un piccole e tranquillo villaggio al centro della Francia, dove tutti si conoscono e dove la vita scorre senza troppe sorprese. Francis Reynaud è il giovane parroco che si occupa della comunità apparentemente senza troppi problemi, fino a che qualcosa arriva a turbare gli equilibri raggiunti dalla placida cittadina.
Qualcuno, più che qualcosa: il giorno di carnevale arriva una straniera, Vianne Rocher e sua figlia Anouk. Uno spirito libero, quello di Vianne, che porta scompiglio con il suo modo di essere, la sua affabilità e, soprattutto, il suo lavoro: apre una pasticceria, confeziona e vende peccati di gola. E' proprio questo il punto: Vianne è vista come colei che ha portato il peccato nella tranquilla esistenza di Lansquenet. 

E' una donna indipendente, rispettosa degli altri e dai modi misteriosi a volte, una donna capace di catturare la benevolenza altrui grazie anche a quelle che sono paragonate ad arti magiche, quelle che danno vita ai tanti, piccoli e grandi peccati di gola che offre e vende dal bancone del suo negozio posto proprio davanti alla chiesa.

Il più turbato di tutti è il giovane parroco.
Vianne ha scelto un'attività che invita al peccato. 
Ha scelto una tempistica sbagliata (il periodo di Quaresima, il seguente periodo di Pasqua) e dimostra di avere modi che, secondo il suo punto di vista sono sbagliati.
Commette forse un reato? No, non è questo il punto. Ha però portato scompiglio in una comunità che sembra andare pian piano verso la perdizione.
Ma cos'è la perdizione? Gustare un cioccolatino? Sorseggiare una cioccolata calda? O lo è, forse, diventare amica di una straniera che, secondo il parroco, avrebbe dovuto essere allontanata fin da subito, prima che mettesse radici?

Vianne non è certo una persona che mette radici e non ha alcuna intenzione sovversiva. Anzi, cerca di aiutare la gente del posto e lo fa con semplicità e schiettezza.

La storia è raccontata a due voci con lei, Vianne da una parte e lui, il parroco dall'altra. Punti di vista diversi dai quali traspare tutta l'apprensione e l'insicurezza di lui a fronte di una serenità d'animo (che pure, però, ha i suoi punti d'ombra) di lei.

Molto interessanti i personaggi che compaiono attorno a Vianne, molto ben descritti e che restano nel cuore del lettore. Il paesino francese viene descritto con dovizia di particolari (così come ricche di particolari sono le descrizioni delle prelibatezze che compaiono con disinvoltura durante il racconto), tratti molto chiari anche quelli che vengono dipinti per rendere l'idea della personalità in particolare del giovane parroco. Nelle more del racconto vengono scoperte tante storie nella storia e ne emerge un quadro ordinato e complesso, molto più complesso di quanto il tranquillo paesino vorrebbe far pensare.

Ho odiato il parroco, lo ammetto. Il suo modo contorto di essere un uomo di Dio, un modo molto poco divino e parecchio umano direi. I suoi discorsi ed i suoi gesti mi hanno fatta arrabbiare. A fronte di ciò, ho immaginato il volto sereno e rassicurante di Vianne che va dritta per la sua strada dimostrando di avere un gran carattere. 
Il finale mi ha lasciato un po' di amaro in bocca (è un controsenso parlare di amaro in bocca quando si parla di prelibatezze di pasticceria!) l'avevo immaginato differente ma, a ben pensare, è un giusto finale, in linea con la personalità della protagonista.
Bel libro che, a dire il vero, mi spiace aver scoperto solo ora.

Lo suggerisco per il Venerdì del libro di oggi... venerdì di Quaresima ma garantisco che è solo un caso!!!

Inoltre, con questa lettura partecipo alla challenge di Chiara del blog La lettrice sulle nuvole che è arrivata (sigh!) alla fine.

mercoledì 29 marzo 2017

Non è la fine del mondo (A. Gazzola)

Non è mia abitudine leggere libri di nuova uscita soprattutto se molto pubblicizzati. Di solito lascio sempre spegnere i riflettori attorno a libri nuovi - di cui si leggono decine e decine di recensioni in anteprima - per poi dedicarmi alla loro lettura con calma.
Stavolta, arrivata agli sgocciolo della challenge di Chiara del blog La lettrice sulle nuvole e alla ricerca di alcuni dei libri consigliati per la gara che fossero a disposizione in biblioteca mi sono lasciata andare ed ho preso in prestito Non è la fine del mondo di Alessia Gazzola. E sono contenta di averlo fatto perché si tratta di un romanzo ironico al punto giusto, romantico al punto giusto e nel modo in cui piace a me, con personaggi ben caratterizzati ed anche una copertina che mi è piaciuta un bel po'. 
Non è un romanzo sdolcinato, non si vedono personaggi con occhi a cuore e farfalle nello stomaco (quanto odio questo modo di dire....) ma, non per questo, non manca quel pizzico di sentimento che nel contesto della storia ben ci sta.

Emma è un personaggio moderno: una ragazza senza legami, con un lavoro da stagista che non le viene rinnovato (molto moderna come situazione, no?), attualmente vive con sua madre, nel tempo libero fa la baby sitter delle sue nipotine ed attende il colpo grosso che le permetta di fare un balzo in avanti sul lavoro e, perché no, di cambiare vita. 
Un colpo, a dire il vero, arriva... ma non è di quel tenore che lei si aspetta: il suo contratto non viene rinnovato ed ecco che si trova alla ricerca di un lavoro, perennemente single, con week end solitari e serate davanti ai cartoni Disney con le nipotine. Un amante alle spalle, nessun amore in vista. 
Ben presto le cose sonio destinate a cambiare ed una serie di situazioni si incastreranno per dare un senso alla vita di Emma.

E' un romanzo leggero ma non banale. I personaggi che compaiono attorno a lei non sono affatto casuali. Non lo è la signora Vittoria, che è un personaggio quasi aulico, con quei suoi capelli lunghi e candidi che mi hanno fatto tanto pensare alla mia nonna che, come lei, viveva con ago e filo in mano, che creava piccoli abitini per noi bambini o, da cresciuti, per le mie bambole. Abitini che conservo ancora con estremo amore. Ho amato il personaggio di Vittoria probabilmente per questo: mi hanno emozionata quelle mani nodose a cui l'autrice fa riferimento nel descriverla, ho amato la sua saggezza, dispensata senza essere mai invadente ma con convinzione quando necessario.

Un personaggio secondario, che mi ha fatto enormemente sorridere nel modo in cui viene presentato, è l’Orrido Cognato. Chiamato così, non può che strappare un sorriso, no? Fa un po’ meno ridere la sua risaputa scarsa fedeltà ed il suo modo di offendersi seduta stante quando scopre la scappatella della moglie. Lui, uomo di famiglia, lui che porta i pantaloni, può concedersi qualche scappatella. La sua signora invece no. Eh no! Sacrilegio (quello di lei, non quelli di lui!).
Il Produttore è un personaggio che non si scopre più di tanto. Anzi, si lascia scoprire lentamente e questo lo rende ancora più interessante più di quanto non lo sia dalla descrizione che ne fa Emma.
Il finale è un tantino scontato ma, lo ammetto, ma non mi è dispiaciuto. Un piccolo colpo di scena avviene a metà racconto, quando viene a mancare un particolarissimo personaggio che, pure, mi ha particolarmente colpita con il suo modo di fare e di essere.  Uno scrittore sensibile ed anch’esso misterioso che, in un modo particolare, cambierà la vita di Emma.
Insomma, una serie di ingredienti – sommati ad una scrittura scorrevole – che mi hanno reso gradevole la lettura, peraltro divorata in poche ore.

L'unica cosa che mi ha un po' disturbato è stato leggere il titolo dell'ultimo capitolo da cui si capisce chiaramente se c'è un lieto fine oppure no. Avrei preferito scoprirlo leggendo il capitolo, non il suo titolo.

martedì 28 marzo 2017

Il sentiero dei nidi di ragno (I. Calvino)


Non avrei mai immaginato di leggere Calvino di mia spontanea volontà. E' uno di quegli autori che vengono proposti a scuola e, spesso, diventano ostici solo perché la lettura viene proposta (obbligata?) a scuola. 
Eppure, arriva il momento di scegliere una lettura così e l'approccio è decisamente diverso da quello che si ha all'epoca della scuola: da lettrice più matura mi sono avvicinata alla lettura del libro Il sentiero dei nidi di ragno con una maturità diversa da quella che potrebbe avere uno studente.
La prima edizione di questo libro - che, va detto, è il primo di Pavese - risale al 1947 e quella che è arrivata tra le mie mani è una nuova edizione del 1964 riveduta e corretta rispetto alla prima.
Calvino racconta, per bocca di Pin, la guerra che egli stesso ha vissuto. Nell'edizione del '64, per sua stessa ammissione (tale versione è stata proposta con una lunga prefazione dell'autore) il racconto è stato alleggerito da passaggi considerati troppo brutali, da situazioni troppo esasperate che, però, erano comunque in linea con quanto vissuto sulla sua stessa pelle.

Pin è un monello, un bambino figlio della guerra. Sua madre è morta, suo padre non si sa dove sia, cresciuto con una sorella avara di gesti d'affetto con suo fratello ma ben propensa con tutti gli uomini che passano nel suo letto, è un ragazzino sostanzialmente solo. E' quello di Pin i il punto d'osservazione della realtà che viene proposto dall'autore. Ed è Pin che dà voce all'esperienza vissuta dall'autore, quel ragazzino partigiano che Pavese aveva realmente conosciuto nelle bande. 
Nel racconto Pin vive una situazione di inferiorità rispetto all'enormità della guerra partigiana, il suo rapporto impari con l'incomprensibile mondo dei grandi (di cui rileva comportamenti piuttosto strani) è una costante quotidiana, così come una costante è il suo modo scanzonato e spregiudicato di approcciarsi alla vita.La storia ha inizio con questo ragazzino che ruba una pistola ad un tedesco, impegnato in camera da letto con sorella. E' un atto di sfida, quello di Pin, come a voler dimostrare di non aver paura di niente e di nessuno: nasconde la pistola in un luogo segreto, dove i ragni fanno i nidi, ma i tedeschi arriveranno a lui molto presto, tanto da metterlo in carcere ed interrogarlo senza lesinare le maniere forti. Ma il suo destino non è quello di vivere tra le quattro mura di una cella. Il destino di Pin gli riserva altro.

Pin è troppo giovane per affrontare una realtà che gli chiede troppo: gli chiede di rinunciare alla sua fanciullezza, di relazionarsi solo con i grandi, di fare i conti con la freddezza di una guerra in cui non c'è spazio per i sentimenti.
Eppure, in una situazione di questo tipo, Pin riesce a conquistarsi uno spazio (quel suo modo scanzonato di prendere in giro il mondo intero altro non è, secondo il mio parere, se non il tentativo di farsi accettare da un mondo di grandi) ed a scoprire anche l'amicizia. Non un'amicizia tra pari - non ci sono altri bambini nel racconto - ma un'amicizia che darà un tocco di leggerezza ad una storia che di leggero non ha nulla, vista la tragicità delle situazioni. 

Tanti sono i personaggi che l'autore mette accanto a Pin. Tra tutti, secondo il mio punto di vista, emerge la figura di Cugino: un omone grande e grosso che ha avuto una grossa delusione sul fronte sentimentale e che immagino come un gigante buono a cui non dare fastidio, mai e poi mai. E' una figura che trasmette serenità (per quanto si possa provare serenità in un ambiente di guerra) ed anche sicurezza.

Credo di poter dire che sia il più bel racconto di esperienza partigiana che io abbia mai letto. Reale, toccante, sfrontato. Vivo.
Con questa lettura partecipo alla challenge di Chiara del blog La lettrice sulle nuvole.

domenica 26 marzo 2017

La voce invisibile del vento (C. Sanchez)


La voce invisibile del vento è un libro che non mi ha catturata. L'ho trovato ripetitivo, poco scorrevole ed ho fatto una certa fatica ad arrivare alla fine.

La storia si apre con un viaggio: Julia, Felix ed il piccolo Tito stanno andando in vacanza, al mare. La destinazione è la località di Las Marinas, in Spagna. La famiglia, una famiglia come tante, arriva a destinazione ma Julia si accorge di non aver preso il latte per suo figlio. Si precipita fuori alla ricerca di una farmacia e si perde nel buio.
Improvvisamente si trova ad aver perso la cognizione dello spazio ed inizia la sua ricerca. Cerca suo marito e suo figlio ma ha perso l'orientamento e non riesce ad individuare la strada giusta per arrivare nell'appartamentino dove si stava accingendo a vivere un mese di vacanza.
Ha perso anche il telefono ed ha pochi soldi a disposizione: tenta di mettersi in contatto con suo marito non ci riesce. Inizia, così, un viaggio che mai avrebbe voluto intraprendere, un viaggio in cui l'angoscia di essere sola e di non riuscire a trovare le persone amate si somma con la scoperta di un carattere sconosciuto ed una capacità di sopravvivenza che mai, fino a quel punto, Julia aveva sperimentato.

E' un romanzo in cui sogno e realtà si alternano. Julia non si rende conto di ciò che realmente le sia accaduto. Le avventure che vive si svolgono nella sua mente. Sono sogni, così vengono chiamati, che richiamano però situazioni realmente accadute nella sua vita o proiezioni di situazioni e sentimenti reali.

Intanto la copertina non ha niente a che vedere con l'immagine di quella Julia che viene descritta come una particolarissima chioma rossa e dai ricci ribelli. Rende l'idea dello smarrimento, della solitudine ma non l'immagine della protagonista. Magari si poteva scegliere una modella che somigliasse di più alla descrizione che l'autrice fa della protagonista, a vantaggio dei lettori.

La narrazione procede in parallelo: l'autrice racconta ciò che accade a Julia e ciò che accade a Felix. Si cercano, entrambi, anche se in modi differenti. Lei cerca fisicamente suo marito. Lui cerca un contatto con un corpo che resta inerme da troppo tempo.
Nelle more del racconto emergono aspetti della vita di Julia e di Felix che descrivono la loro vita. Una vita di coppia in cui non mancano i segreti e le mezze verità.

E' una storia che invita a riflettere su ciò che può accadere, nella mente umana, quando il corpo sempre non reagire alle stimolazioni. Da questo, però, ad arrivare a tirare avanti una storia per 361 pagine mi è sembrato un po' troppo.

Felix mi è sembrato un personaggio passivo, che non ha ben chiaro il mente il tipo di rapporto che ha con sua moglie (sposati troppo in fretta... cosa sappiano realmente l'uno dell'altra resta un mistero) e che subisce situazioni che, in condizioni normali, non credo che un uomo sarebbe disposto a subire. Inizialmente mi è sembrato un uomo impacciato, quasi assente, stordito da quanto accaduto. Ma a ben guardare il suo carattere è proprio così: non troppo perspicace fino a che, però, non arriva il momento di tirare fuori un minimo di spirito d'iniziativa. Mi è dispiaciuto per lui, che nel momento in cui ha dovuto fare ciò si sia trovato davanti ad una situazione con cui nessun uomo, mai, vorrebbe avere a che fare. E non mi è piaciuta nemmeno la sua reazione che, onestamente, avrei preferito diversa.
Non sono riuscita ad inquadrare bene il personaggio di Julia nonostante le tante indicazioni che emergono sia a livello conscio che, soprattutto, a livello inconscio.

Non è un libro che ricorderò se non per grandi linee, senza un particolare attaccamento ai personaggi.
Mi spiace. 


Con questa lettura partecipo alla challenge Laruota delle letture per un libro che parli di viaggi.
Inoltre, partecipo anche alla challenge di Chiara del blog La lettrice sulle nuvole.

lunedì 20 marzo 2017

Lettera d'amore alla Scozia (A. McCall Smith)

Lettera d'amore alla Scozia è il terzo libro della serie Le storie del 44 Scotland Street di Alexander McCall Smith ed ora più che mai posso dire che il personaggio che sovrasta tutti gli altri è Bertie.
Non ho più dubbi.
Li sovrasta per carattere, per spontaneità, per le esperienze che - suo malgrado - si trova a fare e per la tenerezza che emana da ogni poro.
 
Adoro quel bambino e vorrei tanto poterlo aiutare in qualche modo a venir fuori dalla situazione in cui si trova: avere una madre oppressiva, una madre che non lo ascolta e, pur nella convinzione di fare qualunque cosa per il bene di suo figlio, non fa altro che schiacciarlo giorno dopo giorno sotto il peso della sua volontà, quella che è insita in quello che ha definito il Progetto Bertie

E' un libro che può essere letto anche senza gli altri due visto che l'autore, ogni tanto, riprende alcuni dettagli della storia precedente ma è evidente che, trattandosi di una lettura seriale, per avere un bel quadro d'insieme bisogna andare in ordine con la lettura.

Ritroviamo Bertie nella situazione di sempre con una differenza: ora sua madre è incinta e, per quanto possibile, ciò la rende ancora più oppressiva visto che ha più tempo libero per dimostrare a suo figlio Bertie che l'arrivo del fratellino o della sorellina non cambierà niente nel loro rapporto.
E pensare che il bambino ci aveva sperato, in un qualche miglioramento inteso come minor tempo che la madre potesse dedicare a lui per occuparsi del piccino o della piccina!
In questo terzo volume la storia di Bertie è ancora più divertente delle precedenti. La sua ingenuità è disarmante e il suo modo limpido di essere mi ha fatto riflettere: come sarebbe, il mondo, se fossimo tutti un po' più simili a questo bambino che non riesce a dire le bugie, che ha un'intelligenza superiore ma non ha alcuna intenzione di far pesare ciò sugli altri, anzi, desidera essere un bambino come tutti gli altri? Perchè questo è ciò che insegna Bertie: dire la verità, comportarsi in modo limpido e trasparente a volte può creare delle situazioni imbarazzanti ma se ne viene sempre e comunque fuori a testa alta. Questo è ciò che mi ha trasmetto Bertie.
Il passaggio più divertente in assoluto? La descrizione che fa il bambino di sua madre al cospetto di un nuovo amico. 

Il ragazzo, che avrà avuto a malapena tredici anni, guardò Irene dirigersi verso il bar e poi si voltò a guardare Bertie. "E' tua mamma?" gli chiese.
Bertie scosse la testa. "No", disse. E aggiunse, per ribadire il concetto: "No, non ha niente a che fare con me".
"E allora chi è?" chiese il ragazzino.
"E' una che ho incontrato sull'autobus" disse Bertie "Le ho parlato e mi ha seguito dentro".
Il ragazzino sembrò sorpreso. "Devi stare attento a non dare confidenza agli estranei" disse. "Non te l'hanno mai detto?".
Bertie annuì. "Lo so" rispose. "E' solo che mi dispiaceva per lei". Si spremette le meningi per escogitare una storia credibile e poi continuò: "E' appena uscita dal manicomio. Li fanno uscire al sabato e non aveva nessuno con cui parlare. Per questo le ho dato spago". 
"Ah" fece il ragazzino. "Credi che sia pericolosa?"
"Non direi" rispose Bertie. "O forse un po'. E' veramente strana. Fa finta di essere mia madre, credo".
"Certi adulti sono proprio tristi" disse il ragazzino.
"Sì" concordò Bertie. "Tristissimi". 
Come si fa a non affezionarsi ad un bambino così? 
Un bambino che è alla ricerca di una vita in cui non sia pilotato dalla volontà della madre ma possa scegliere liberamente cosa fare o cosa non fare. Una vita da bambino libero di essere tale! 

Al 44 Scotland Street qualche cosa è cambiato. Non la vita di Bertie, quella no, ma ci sono stati dei cambiamenti importanti che hanno visto Bruce trasferirsi definitivamente, Pat spostarsi in un'altra via, Domenica salutare temporaneamente per una missione antropologica alla ricerca dei pirati.

Anche in questo caso il libro non ha una trama ben precisa ma racconta le vite dei personaggi che spuntano dalle pagine. Ecco, dunque, che Matthew torna a fare i conti con i suoi sentimenti per Pat ma dimostra anche, con i fatti, di essere un ragazzo altruista oltre che buono e docile. Ecco che arriva un'amica di Domenica ad occupare il suo appartamento e che Angus Lordie, che a Domenica ha promesso di fare gli onori di casa, con questa nuova arrivata non si prende molto. 
E poi Irene, la mamma di Bertie. Non si smentisce nemmeno con il pancione.

L'autore fa affezionare ancora di più il lettore ai suoi personaggi e lo fa con una penna a tratti ironica, a tratti divertente, mai scontata nelle storie che racconta. 
Ho letto questo libro con piacere e leggerò anche il successivo, che ha Bertie nel titolo per cui mi fa pensare che sarà lui il personaggio di maggiore spicco nel prossimo volume. Per me, come ho detto, questo ruolo ce l'ha già e sarà solo una conferma.

Arrivo quasi sul gong ma sono in tempo per partecipare alla challenge Leggendo SeriaLmente: si tratta del terzo libro di una delle tre serie proposte dalle organizzatrici.
 


mercoledì 15 marzo 2017

La principessa che credeva nelle favole (M. Grad)


Bel formato, bella copertina, titolo accattivante ma storia non all'altezza delle aspettative. Mi spiace dirlo ma La principessa che credeva nelle favole. Come liberarsi del proprio principe azzurro non mi è piaciuto.
Non mi è piaciuto perché mi aspettavo una storia ironica - questo mi aveva fatto pensare il sottotitolo, in particolare - e, comunque, una storia più originale di quella che mi sono trovata a leggere.
Pieno zeppo di luoghi comuni, stracarico di passi che possono essere proposti come citazioni sull'accettazione di se stessi, sul volersi bene, su come non ci si deve sforzare di essere ciò che gli altri vorrebbero che fossimo, ho fatto fatica ad arrivare alla fine perché si è abbattuto su di me un senso di noia che ho combattuto a fatica.

Non si tratta di un romanzo ma una favola che prende una direzione diversa da quella che, solitamente, ha come protagoniste principesse bionde e con gli occhi grandi.

Victoria è una principessa con tutti i canoni che ogni principessa che si rispetta deve presentare. 
E' oppressa da una ferrea educazione principesca, ha delle precise regole di comportamento da rispettare, non può dare sfogo ai suoi intimi pensieri e alle sue intime aspirazioni perché disdicevoli per una giovane del suo rango. Padre severo, madre premurosa ma attentissima all'etichetta, la principessa convive con una figura particolare. Si chiama Vicky ed è una bambina che solo lei vede e che viene considerata la causa di tutti i comportamenti sconvenienti che la principessa mostra nel regno.
E' una sorta di doppia personalità che mal si equilibra con la principessa perfettina che tutti vorrebbero che Victoria fosse. E onestamente questa Vicky fa un sacco di confusione!!!

A Victoria hanno sempre raccontato che arriverà un principe azzurro su un cavallo bianco e, anche se non a cavallo, il principe e azzurro arriva davvero tanto da sposarla. Bellissimo matrimonio regale e nuova vita per la principessa che, ben presto, si trova a fare i conti con la realtà. Il principe azzurro non è tanto azzurro, è piuttosto opaco come personalità, scuro come umore. Caratteristiche, queste, che emergono con il passare del tempo e che feriscono la principessa nel profondo.
Sopporta finché può ma alla fine Victoria se ne va, abbandonando suo marito.

Da questo momento intraprende un viaggio che la porterà a conoscere personaggi fantastici, in ambienti altrettanto fantastici per arrivare a comprendere - dopo una serie  di vicissitudini - che per trovare la vera felicità deve prima trovare se stessa ed apprezzarsi per quello che è.

Il principe viene abbandonato e non si sa più niente di lui. Alla fine mi sarei aspettata di sapere qualche cosa sulla sua sorte invece niente. Victoria impara la lezione e la storia finisce lì.

Tante frasi d'effetto vengono usate per far aprire gli occhi alla principessa ma alla fine il complesso risulta noioso, poco coinvolgente.  
Il personaggio che ho trovato più simpatico è il mago. Saggio (é la fonte di cotanta saggezza), intelligente, profondo ma... è una maga. Viene chiamato mago ma è una vecchietta che si esprime - com'è ovvio che sia - al femminile. Ma allora, dico io, perché non la chiamiamo maga? Usiamo centinaia di frasi ad effetto per far acquistare alla principessa fiducia poi una figura femminile importante nel racconto - che potrebbe  essere un bell'esempio di quanto anche una donna possa essere importante ed avere un ruolo fondamentale - la chiamiamo al maschile? Ogni tanto viene chiamata vecchietta ma resta sempre e comunque un mago.

Nella bandella ineterna si legge:
Marcia Grad, con il suo piccolo best-seller ha aiutato migliaia di donne a liberarsi di rapporti non autentici 
Ma dai... Non esageriamo!

Qualche citazione? Ma sì, suvvia!
La sofferenza rende il cuore più grande, consentendogli di fare spazio all'amore.
 Oppure
La perfezione, così come la bellezza, è negli occhi di colui che guarda. 

Ed ancora, una volta imparata la lezione:
Un tempo avevi bisogno di amare per sentirti bene. Adesso puoi scegliere di amare perchè ti senti bene!

martedì 14 marzo 2017

Lo strano viaggio di un oggetto smarrito (S. Basile)

Se avessi dovuto giudicare il libro Lo strano viaggio di un oggetto smarrito dalla copertina sarei andata decisamente fuori strada. 
Eh sì, perché appena ho visto la copertina ho subito pensato di avere a che fare con uno dei soliti romanzetti rosa, con un lui, una lei, due cuori e una capanne. 
Errato!

Per fortuna non mi sono fermata - com'è mio solito, peraltro - alla prima impressione e mi sono trovata tra le mani una storia emozionante, tenera, commovente che mi ha tenuta incollata alle pagine. 


Michele è un bambino pieno di speranze per il futuro. Un futuro da vivere con il suo papà e la sua mamma. Un giorno, però, si trova davanti alla più terribile delle esperienze: sua madre parte, porta con se' il suo diario segreto, quello con la copertina rossa, e non torna più.
Michele cresce e quel vuoto che l'abbandono di sua madre ha lasciato in lui ha oramai delle radici profonde, tali di averlo indotto a non fidarsi di nessuno, proprio come suo padre - un padre abbandonato dalla donna che amava assieme ad un figlio ancora piccolo - gli ha sempre insegnato.
Michele, oramai cresciuto, ha addosso la divisa da ferroviere di suo padre, ereditata assieme al suo lavoro di sempre. Vive con i treni, per i treni, in mezzo ai treni. La sua casa è dentro la stazione ferroviaria e da quando sua madre lo ha abbandonato si è rinchiuso nel suo dolore fino ad arrivare a non lasciare mai, per nessuna ragione, le quattro mura della sua abitazione e la stazione dei treni.
Sarà proprio un treno a restituirgli qualche cosa che gli cambierà la vita: il suo diario rosso. 
Non si spiega come sia arrivato fin lì ma sente il bisogno di partire alla ricerca di sua madre. 

Sarà una scelta importante, quella di Michele, che decide di tagliare il cordone ombelicale che lo tiene legato alle sue sicurezze, alle sua abitudini, alle sue certezze. E la vita che gli si apre davanti è dolorosa, più del previsto, anche se pronta a riservargli tante belle sorprese. Sorprese che nell'immediato Michele non riesce ad apprezzare ma che lo cambieranno nel profondo. 
Ho provato ad immaginare Michele e, sono sincera, ho visto davanti ai miei occhi diversi volti. Volti segnati dalla solitudine, dalla delusione, dal senso di abbandono che traspare dalla storia che Salvatore Basile ha affidato dai lettori. 
Un ragazzo unico, Michele. Senza telefono cellulare, senza contatti con altri che non siano i colleghi ferrovieri ed i passeggeri che, di giorno in giorno, sfilano silenziosi e distratti da una fermata all'altra.
Un ragazzo che si è cucito addosso una corazza difficile da abbandonare. Una corazza necessaria per difendersi dagli altri, da tutti coloro che sono pronti - di questo è certo - ad illuderlo ed abbandonarlo. E' stata la sua storia ad insegnargli ciò. Ed è stato suo padre che, con amarezza, giorno dopo giorno, lo ha educato alla solitudine anche alla luce della sua assenza come figura paterna. Un uomo fisicamente presente, suo padre, ma assente nei confronti di un bambino che - una volta andata via sua madre - non ha più conosciuto il calore di una carezza, di un abbraccio, di un bacio da parte di una persona cara.
E' vulnerabile, Michele. E quel catenaccio che ha messo a doppia mandata sul suo cuore altro non è se non un modo per difendersi dagli effetti che un possibile amore potrebbe produrre. 

Ecco che entra in gioco Elena. E' lei la minaccia al suo equilibrio. Lei che, al contrario di Michele, per difendersi dalla paura e dalle sue emozioni parla a raffica dando un colore alle persone che le stanno accanto. Lei arriva con un treno e che, fin dal loro primo incontro, sente di amare profondamente quel ragazzo dallo sguardo triste e dai modi impacciati. Farà di tutto per stargli accanto e lo aiuterà nella ricerca di sua madre.

Laura. Quella donna che tanti anni prima se n'è andata promettendo di tornare per restituire quel diario rosso. Quella donna che non l'ha mai cercato e che ora lui cerca tra la gente, munito solo di una vecchia foto oramai ingiallita. Quella donna che, sotto il peso dell'età, non potrà più recuperare il tempo perduto. 
Laura mi ha profondamente commossa. La sua figura, la sua immagine, mi si sono stampate davanti agli occhi e mi sono commossa pensando a lei.

Lo strano viaggio di un oggetto smarrito è una storia toccante, originale, ben scritta, coinvolgente e capace di toccare il lettore nel profondo. Questo è il mio pensiero in merito a questo libro. 
Non ho trovato affatto calzante la copertina che, secondo me, è deviante. Avrei preferito un'immagine più invernale e meno improntata sulla frivolezza di un rapporto a due. Tutto è, questa storia, meno che frivola!
Cosa c'entrano in tutto questo gli oggetti smarriti? Lascio ai lettori il piacere di scoprirlo.

Con questa lettura partecipo alla challenge La ruota delle letture: un libro recensito da La biblioteca di Eliza nel 2016 e mi par di capire che a me sia piaciuto più di quanto non sia piaciuto a lei!
Inoltre, partecipo con questa lettura anche alla challenge di Chiara del blog La lettrice sulle nuvole.