venerdì 21 luglio 2017

Per voce sola (S. Tamaro) - Venerdì del libro


Un bel formato, una bella copertina, storie terribili. Tali sono le storie narrate da Susanna Tamaro. Terribili in quanto raccontano il male di vivere, tracciano i contorni di personalità sofferenti dal profondo. Susanna Tamaro, nel libro Per voce sola, racconta con delicatezza ma, allo stesso tempo, con intensità, storie che non lasciano indifferenti, in particolare quelle che riguardano un'infanzia violata nel corpo e nell'anima. Ed è questa la lettura che propongo per il Venerdì del libro di oggi.

Dei cinque racconti proposti, quelli che mi hanno maggiormente toccata sono relativi a storie di bambini.
La storia di Dorrie, bambina trovata abbandonata tra la spazzatura e cresciuta da una coppia che - purtroppo - si rivelerà diversa da ciò che vorrebbe essere. Una bambina maltrattata in modo tale da far passare quasi per normale ciò che le accade. Una bambina incapace di difendersi, piccola, trovata nella spazzatura e che, purtroppo, in mezzo alla spazzatura continua a vivere anche se le premesse erano diverse e se... Me lo sono chiesta: quante storie di sofferenza e di violenza si nascondono dietro a due occhioni inespressivi, dietro ad un tic nervoso di un bambino, ad un sorriso troppo tirato? Quante? E non nei romanzi, ma nella vita di ogni giorni. Purtroppo sono storie più comuni di quel che si vorrebbe pensare.

Un'altra storia, un altro dolore. Una bambina venduta ad una coppia di zingari e addestrata per rubare al prossimo. O torna a casa con un buon bottino o sono botte. Se non peggio. Perché anche il peggio arriva per Vesna: una bambina che inizia presto a fare i conti con la vita, già appena nata, quando si ritrova ad essere un difetto della natura per via del suo labbro leporino. Una bambina che crede di aver trovato l'amore in un uomo adulto che le sembra l'uomo della sua vita, quello da cui avere figli. Ma non si rende conto di essere lei stessa una bambina e che la vita, purtroppo, non sempre ha un lieto fine come nelle favole.

Quando, poi, un bambino nasce senza padre, figlio di N.N., e sua madre trova un nuovo compagno? Cosa può succedere? Che tutti e tre vivono felici come una vera famiglia, oppure... Oppure... è questo il caso raccontato nella terza storia. Una tristissima storia - non che le altre due fossero allegre! - che ha per protagonista un bambino che si ritrova ad essere più che un peso per la sua famiglia. Subisce in silenzio le angherie di un patrigno che vorrebbe forgiarlo in modo diverso da ciò che è, una madre incapace di dare amore a quel figlio frutto di un errore di gioventù, l'indifferenza che gli gravita attorno e lo porta a scoprire istinti fino a quel momento sconosciuti e ripudiati dal profondo. Un racconto che mi ha fatto molto riflettere: cosa c'è dietro ad un comportamento violento di un ragazzino? Cosa può essersi impresso nella mente e nell'anima di un bambino che tale nasce - tutti siamo nati bambini, pronti ad assorbire come spugne tutto ciò che avevamo attorno a noi - e cosa motiva certe sue scelte? Cosa arma una mano omicida? Me lo sono chiesta. Questo ragazzino mi ha fatto molto pensare. E mi ha fatto una gran compassione così come mi hanno fatto attorcigliare le budella quei due soggetti che si definiscono genitori (madre di sangue e padre acquisito) davanti a questo loro figlio diventato alla fine invisibile tra le mura di casa, anche se accolto con grandi sorrisi davanti agli altri. Quanta ipocrisia, quanta falsità tra le mura di casa? Non si può generalizzare, è ovvio, ma non si può neanche escludere che ciò accada davvero.

Nel racconto intitolato "Sotto la neve" un bambino è il protagonista indiretto della storia narrata. Perché è quella della sua mamma la storia che l'autrice racconta. Una mamma privata di suo figlio fin dal suo primo vagito. Una madre senza un uomo. Una vergogna per una famiglia che ha voluto mettere tutto a tacere. Ora quella mamma è anziana e qualcos'altro cresce dentro di se, giorno dopo giorno, in quello stesso posto in cui era cresciuto suo figlio. Una male che la consuma, che la sta portando alla morte. Quella raccontata è la sofferenza profonda di un'adolescente che ha dovuto rinunciare a suo figlio per non far parlare la gente, per non infangare il nome della sua buona famiglia. Ma quel distacco le è rimasto addosso come uno strappo fisico che l'ha portata ad odiare quella donna - sua madre - che tutto ha deciso al posto suo.

Infine, una storia legata alla guerra, alla resistenza, a storie di un passato che è rimasto impresso negli occhi, nella mente e nell'anima di quegli uomini che, pur tornati a casa come sopravvissuti, si sono portati addosso la violenza della guerra come se non fosse mai finita. Tanto da non riuscire più a sopportare il male di vivere,  il peso di quella vita che non poteva più essere vissuta come se niente fosse accaduto.

Sono racconti tutt'altro che leggeri. Restano nell'anima. I personaggi danno voce alla loro anima in modo diretto e molto efficace. I bambini raccontano e parlano proprio come farebbe un bambino. Con la stessa ingenuità che ogni bambino ha diritto di rivendicare alla sua età ma che, purtroppo, viene loro strappata via. Così come nel caso delle donne anziane. I personaggi vengono resi al meglio anche se si tratta di racconti brevi. In poche pagine (complessivamente sono 167 pagine) vengono proposte storie profonde e complete. 
Spesso, nel parlare di racconti, ho sostenuto che fossero una specie di tracce per un libro diverso, un libro che si sarebbe potuto strutturare per ognuna delle storie proposte. Bhè, stavolta non è così. Se ogni storia fosse un libro a se stante sarebbe troppo doloroso. Lo è già in poche pagine. Immagino in un libro intero.
Bravissima l'autrice, a mio parere, che dà vita ad una raccolta di racconti che sono come un pugno nello stomaco ma che si vogliono leggere fino alla fine e fanno riflettere.


Con questa lettura partecipo terza tappa della The Hunting Word Challenge con la parola VOCE nel titolo.

martedì 18 luglio 2017

La sabbia non ricorda (G. Scerbanenco)

Finito di stampare nel mese di agosto del 1976, il romanzo di Giorgio Scerbanenco che ho avuto modo di leggere mi ha fatto fare un tuffo nel passato. Non tanto perchè si tratta di una storia ambientata nel passato quanto per il periodo in cui è stato scritto e per lo stile narrativo di quell'epoca.